Recuperare i frutti dimenticati: le pesche selvatiche

 

Qualche anno fa mia madre ha seminato un nocciolo di pesca con tutta la sua pesca intorno. Era una pesca selvatica. A mio padre era piaciuto il gusto leggermente amarognolo di quei frutti raccolti da una pianta solitaria, durante una passeggiata. Così hanno provato a “seminarne” una.

Ecco che cos’è diventato quel seme dopo dieci anni.

Questo pesco ogni estate produce tantissimi frutti, poco più grandi di un’albicocca,dalla buccia pelosissima e dalla gustosa polpa bianca. Io le trovo buonissime. Amélie adora mangiarle con un po’ di miele, io le uso anche per preparare la marmellata, tagliando la frutta a piccoli pezzi, che lascio bollire a lungo, finché il sugo si caramella un po’: deliziosa.

È praticamente impossibile trovare in commercio pesche come queste. Quelle che si acquistano dal fruttivendolo o al supermercato sono enormi, perfette, frutto di selezioni ed incroci per renderle commerciabili, ma non hanno quel sapore antico, delle pesche “di una volta”.

Mi dispiace che vadano persi i sapori di un tempo e che le antiche piante da frutto vadano scomparendo. Mi piacerebbe avere un frutteto per coltivare quelle piante che purtroppo sono state dimenticate, come le mele cotogne, ad esempio. Non potrò avere il frutteto, nemmeno quando sarò all’ecovillaggio, ma posso coinvolgere amici e conoscenti che hanno un po’ di terra, nel coltivare questi peschi.
Come ha fatto mia madre, ho piantato alcune pesche (la pesca intera, non solo il nocciolo, perché quando metterà la radichetta nella terra potrà trovare il nutrimento di cui ha bisogno). Poi li regalerò, a chi vorrà sostenermi in questo progetto.

 In questi giorni ho scoperto che se si semina il nocciolo di una pesca qualsiasi, anche quella del supermercato, ne nasce la pianta originaria, perché in quel nocciolo è custodito il patrimonio genetico del suo progenitore. Per cui, chi volesse provare, potrebbe far crescere nel suo giardino un albero di pesche in qualche modo “antico”.

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